'Io, first lady aiuterò la Siria a cambiare volto' 

DAMASCO - Si sapeva che Asma al-Assad, la first lady siriana, ha fama di donna moderna, col gusto d' andare controcorrente. E lei non tradisce il suo personaggio presentandosi al volante di un Suv grigio metalizzato: inserisce l' iPod, ingrana la marcia e annuncia: «Andiamo in città, senza scorta. Nessuno ci farà caso». Sul sedile posteriore sorride compiaciuta Leyla, la giovane assistente. Al Aqilatu al Rais, i siriani la chiamano semplicemente così: la moglie del presidente. Per il quotidiano israeliano Haaretz è "la first lady che ha offuscato Carla Bruni" quand' è comparsa quest' estate a Parigi al fianco del marito, il presidente Bashar al-Assad, segnando il ritorno della Siria dopo anni di isolamento internazionale. Per Paris Match "evoca l' immagine di una Lady Diana orientale". E il prestigioso Forward ebraico newyorchese ha titolato: "Quel che Michelle Obama può imparare da Asma al-Assad: donna dalla forte personalità in una regione fra le più aspre al mondo". Sono complimenti sorprendenti, visto il netto contrasto con l' immagine di grigiore proiettata dalla Siria in quarant' anni di regime ba' athista, socialista, sfociato nella difficile transizione che sta compiendo il Paese. Malgrado le aperture europee, Damasco resta nell' elenco americano delle nazioni che sostengono il terrorismo: in primo luogo Hamas e Hezbollah. Di certo non ha torto la stampa internazionale quando, a proposito di Asma al-Assad, scrive: "Procede sui suoi tacchi a stiletto con la grazia di una ballerina". E lei fa si presenta proprio così: un filo di trucco, stivali con 12 centimetri di tacco, jeans in velluto marrone. «Che effetto mi fa tanta pubblicità dopo la stagione dell' isolamento? Penso che all' estero non ci conoscano bene, i miei tratti sono comuni alla maggioranza dei siriani e delle siriane». Tuttavia, che la first lady incarni un nuovo aspetto "liberista" lo racconta il suo curriculum: 33 anni, nata e cresciuta a Londra, padre cardiologo con studio a Harley Street, madre diplomatica; laureata fra l' altro in Scienze informatiche («Ero l' unica ragazza in una classe di 25 maschi»), prima di sposare nel 2000 il presidente Assad era esperta finanziaria a Londra, Parigi e New York: con la Deutsche Bank, poi con la J. P. Morgan, lanciata verso una carriera tra City e Wall Street. Non è forse un caso se la first lady siriana da ieri è in Italia, ospite alle Giornate internazionali di studio Pio Manzù dove riceverà la medaglia d' oro del presidente della Repubblica "per il suo ruolo di ambasciatrice straordinaria del cambiamento, e l' impegno nell' assicurare che la crescita economica in Siria si traduca in un beneficio per l' intera popolazione ". Signora al-Assad, non le sembra un impegno troppo ambizioso? «Quel che conta è chiedersi dove siamo, quale percorso imboccare. E qui incidono due fattori: innanzitutto le condizioni interne, e mi riferisco a quanto siano coinvolti i cittadini nel processo di riforma, perché sui tempi dell' attuazione pesa anche l' atteggiamento mentale. Il secondo fattore, invece, riguarda le circostanze esterne: viviamo in una regione che non ha ancora conosciuto la pace. E questo è un elemento incontrollabile, ingovernabile, che detta il nostro passo.». Quanta parte ha, lei, nell' influenzare il processo decisionale? «Sia chiaro: il presidente è il presidente. Ciò detto, a casa siamo una squadra composta da marito e moglie. Scambiarsi idee è naturale, anzi salutare. Il mio contributo viene dall' esperienza che ho accumulata, dalle iniziative che sostengo. Io porto informazioni raccolte sul terreno, nel mio contatto diretto con la popolazione». Si è detto che al suo ritorno in Siria, lei abbia viaggiato il Paese in incognito. Perché? «L' ho fatto per stabilire un rapporto sul campo con la gente, fondato sulla comunicazione, il che significa rimboccarsi le maniche e tentare di combinare qualcosa insieme. Per troppo tempo i progetti di sviluppo sono stati elaborati in convegni o in uffici distanti dalla realtà. E per troppo tempo il governo ha assunto la responsabilità di guidare lo sviluppo, la riforma, la modernizzazione. Non c' è ragione: il settore privato ha un ruolo importante, come la società civile. E la gente si appassiona. Fa delle critiche. Offre suggerimenti. C' è così tanto da fare: ogni individuo escluso è uno spreco di risorse». è un quadro molto diverso dall' immagine di una Siria tanto impenetrabile che, stando alla stampa israeliana, i servizi militari di quel Paese le avrebbero introdotto un virus nella posta elettronica per monitorare la sua corrispondenza con il presidente, che è giudicato un "arcano". Come sono andate le cose? «Che il mio computer sia stato penetrato, l' ho scoperto dalla stampa. Ma non mi scompongo. E' successo, basta. In ogni modo non comunico con mio marito attraverso l' e-mail. Preferisco l' approccio diretto, e mi scusi se sorrido». 

Resta che il presidente è definito a Washington un dittatore, capo di uno Stato promotore del terrorismo. Qual è la sua risposta? «Questa: che vedo una contraddizione in quel che lei dice. Come si spiega, infatti, che per un verso conduciamo la vita di una coppia qualsiasi, che va fuori a cena e a teatro con gli amici, alle giostre coi bambini, che abita in un appartamento in un quartiere normale, coi nostri figli che giocano per strada con quelli dei vicini, quando per l' altro verso il presidente sarebbe un tiranno, lontano dal popolo. Le due cose non possono coesistere. Quanto all' "arcano" del presidente, basta osservare e ascoltare: le nostre posizioni sono chiare, esplicite, coerenti. Forse proprio questo non ci aiuta». E com' è il presidente in privato? «E' un padre di famiglia presente, premuroso. Se vuole sapere che cosa mi ha attratto in lui, le parlerò del suo ottimismo, l' apertura mentale, la prontezza a esplorare ogni possibilità. Sono doti necessarie a chiunque, tanto più in questo momento storico, pieno di ostacoli. Ma io l' ho sposato per quel che lui è, non come presidente». Lei è musulmana, istruita alla Church of England, una scuola di religiosi cristiani, e qui a Damasco frequenta il convento delle Suore salesiane. Ha conservato buoni rapporti con i cristiani? «Perdoni se la correggo: io non ho "buoni rapporti" con i cristiani così come non posso avere un "buon rapporto" con me stessa, con le mie gambe e le mie braccia. Noi siriani siamo un unico corpo. La nostra storia non è storia di oggi: è storia millenaria; San Paolo e la Moschea omayyade sono parte di chi sono io come essere umano. In Europa si parla di coesistenza, ed è un bene. Ma questo è perché, ad esempio in Inghilterra, indiani, britannici, hindu, sikh, musulmani non fanno parte del patrimonio storico, delle radici del Paese. Qui siamo una famiglia allargata». Signora al-Assad, lei è vissuta in Europa lontana dalle guerre. Questo le dà una prospettiva diversa? «La cultura della pace che esiste in Europa non esiste in Medio Oriente. Io sono stata fortunata. Spero che questa generazione possa conoscere la stessa pace che ho vissuto io quando crescevo in Inghilterra. Se dobbiamo far fiorire il nostro potenziale come regione, meritiamo quello stesso diritto». 

 La Repubblica — 18 ottobre 2008 

ALIX VAN BUREN

Wife of Syrian President Discusses Role in Syria

Excerpt from report by Italian leading privately-owned centre- left newspaper La Repubblica, on 18 October. Interview with Asma Al-Assad, wife of Syrian President Bashar Al-Assad, by Alix Van Buren in Damascus; date not given: "'I, the First Lady, Will Help Syria To Take On a New Appearance'" - first three paragraphs are La Repubblica introduction]

Damascus - One knew that Asma Al-Assad, Syria’s first lady [previous two words in English in original], has a reputation as a modern woman, with a taste for going against the trend. And she did not fail to live up to her character, in turning up at the wheel of her metallic gray SUV: she plugged in her iPod, put the car in gear, and announced: "Let’s go into town, without a bodyguard. Nobody will notice." On the back seat her young assistant, Leyla, smiled indulgently.

Al-Aqilatu[?] al-Rais, that is what the Syrians simply call her: the wife of the President. In the view of the Israeli daily, Haaretz, she is "the first lady who outshone Carla Bruni," when she appeared this summer in Paris, alongside her husband, President Bashar Al- Assad, marking Syria’s return after years of international isolation. In the view of Paris Match, she "conjures up the image of an eastern Lady Diana." And a prestigious Jewish newspaper in New York, The Forward, ran the headline: "What Michelle Obama can learn from Asma Al-Assad: a woman with a strong personality, in one of the toughest regions in the world." These are surprising compliments, given the marked contrast with the gray image projected by Syria in the 40- year old Ba’athist Socialist regime, which has arrived at the difficult transition which the country is embarking upon. Despite the signs of an open approach on the part of Europe, Damascus remains on the US list of nations which support terrorism: chiefly Hamas and Hezbollah. [passage omitted: Asma Al-Assad's background]

It is perhaps no coincidence that the Syrian first lady has been in Italy since yesterday [as published: the interview apparently took place prior to her trip to Italy], a guest of the Pio Manzu International Study Days, where she is to receive a gold medal from Italy’s President [Napolitano] "for her role as an extraordinary ambassador of change, and of commitment to ensuring that economic growth in Syria is translated into benefits for the whole population."

[Van Buren] Mrs. Al-Assad, doesn’t that seem too ambitious a commitment? 

[Asma Al-Assad] What counts is asking ourselves where we are, and what route to embark upon. And two factors have an impact here: first, domestic conditions, and I refer to how far ordinary people are involved in the reform process, because the mental stance also has an influence on the timescale of implementation. The second factor relates to external circumstances: we live in a region which has not yet known peace. And this is an uncontrollable, ungovernable element which dictates our pace. 

 [Van Buren] How much of a part do you play in influencing the decision-making process?

 [Asma Al-Assad] One thing should be clear: the President is the President. That said, at home we are a team, composed of a husband and wife. Exchanging ideas is natural, in fact it’s healthy. My contribution comes from the experience which I have built up, from the initiatives which I support. I bring information gathered on the ground, in my direct contact with the people.

 [Van Buren] It has been said that on your return to Syria you travelled the country incognito. Why? 

[Asma Al-Assad] I did that to establish a relationship on the ground with the people, founded on communication, which means rolling up one’s sleeves and trying to get something done together. For too long development projects have been drawn up at conferences or in offices which are distant from actual reality. And for too long the government has taken the responsibility for leading development, reform, and modernization. There is no reason for this: the private sector has an important role, as does society at large. And people get excited. They make criticisms. They offer suggestions. There is so much to do: every excluded individual is a waste of resources.

 [Van Buren] This is a very different picture from the image of a Syria which is so impenetrable that, according to the Israeli press, the military intelligence services of that country have introduced a virus in the electronic mail, so as to monitor your correspondence with the President, who is judged to be a "mysterious" person. How did things really go?

[Asma Al-Assad] My computer was penetrated, I found out from the press. But I am not losing my composure. It happened, period. In any event, I do not communicate with my husband via emails. I prefer the direct approach, and pardon me if I smile.

[Van Buren] The fact remains that the President is described in Washington as a dictator, the head of a state which promotes terrorism. What is your answer?

 [Asma Al-Assad] This: that I see a contradiction in what you say. What is the explanation for the fact that on the one hand we lead the life of an ordinary couple, who go out to dinner and to the theatre with friends, and to the playground with our children, who live in an apartment in a normal city district, with our children playing in the street with our neighbors’ children, while, on the other hand, the President is allegedly a tyrant, and distant from the people. The two things cannot exist side by side. As for the President being "mysterious," it is enough to observe, and to listen: our positions are clear, explicit, and consistent. Perhaps this very fact does not help us. 

[Van Buren] And what is the President like in private? 

[Asma Al-Assad] He is a father who is present, and attentive. If you want to know what attracted me to him, I will tell you about his optimism, his open-mindedness, his readiness to explore every possibility. These are necessary skills for anyone, and all the more so at this historic time, which is full of obstacles. But I married him for what he is, not as the President.

 [Van Buren] You are a Muslim, brought up in the Church of England, a Christian school, and here in Damascus you frequent the convent of the Salesian nuns. Have you retained good relations with Christians? 

[Asma Al-Assad] You must excuse me if I correct you: I do not have "good relations" with Christians, just as I cannot have "good relations" with myself, with my legs and my arms. We Syrians are a single body. Our history did not start yesterday: it is a history that is thousands of years old; St Paul and the Umayyad mosque are part of who I am as a human being. In Europe there is talk of coexistence, and that is a good thing. But that is why, in Britain for example, Indians, Britons, Hindus, Sikhs, and Muslims are not part of the historical legacy, the roots of the country. Here we are one enlarged family.

 [Van Buren] Mrs. Al-Assad, you have lived in Europe, a long way away from wars. Does this give you a different perspective?

[Asma Al-Assad] The culture of peace which exists in Europe does not exist in the Middle East. I have been fortunate. I hope that this generation can know the same peace which I lived in when I was growing up in England. If we are to allow our potential to thrive, as a region, then we deserve that same right. 

Originally published by La Repubblica, Rome, in Italian 18 Oct 08 pp.1, 46. English Text: BBC MidEast, 2008-10-20.