Intervista al presidente siriano, che pone le condizioni per il dialogo con gli Usa

E al premier Olmert manda a dire: "Vieni a vedere le nostre carte"
Parla Assad: "Israele tratti con noi"
E su Bush: "In Iraq non ha un progetto"



Bashar al-Assad

DAMASCO - Il presidente siriano Bashar al-Assad annuncia in questa intervista a Repubblica la sua scelta: "Voglio essere un uomo di pace". Porge a Israele un ramoscello d'ulivo: "Possiamo vivere fianco a fianco in armonia". Chiede l'intervento dell'Europa: "La Ue formuli una propria visione, radicata nella sua storia e civiltà: faccia da ponte tra il mondo arabo e gli Stati Uniti". Dà fiducia all'Italia di Prodi: "Conosce bene la nostra regione". E infine chiama in causa il premier israeliano: "Olmert parli con la Siria e, come dicono certi israeliani, "scopra se il nostro è un bluff", non ha niente da perdere". 

Signor presidente, due anni fa lei diceva che l'America, prima o poi, sarebbe venuta a bussare alla sua porta. Era una minaccia o una profezia? 
"All'inizio della guerra avevo detto: finirete risucchiati dal pantano iracheno, e un giorno avrete bisogno di qualcuno che vi tiri fuori. Adesso tutto questo si è avverato. Ma lasciamo stare le minacce e le profezie. Il fatto è che noi viviamo in questa regione, la conosciamo bene. La storia ci ha insegnato che affidarsi solo al potere delle armi non porta a nulla. E molte proposte del rapporto Baker ci danno ragione". 

Può farci qualche esempio? 
"Intanto hanno bisogno del nostro aiuto per formulare un piano. Perché se chiedi loro che progetto hanno per l'Iraq ti accorgi che non ne hanno alcuno. Inoltre il rapporto Baker parla dell'esigenza di una pace complessiva collegando le crisi della regione al problema dell'occupazione - in Iraq come in Palestina e nel Golan - come noi abbiamo sempre sostenuto. E soprattutto, riconosce il ruolo centrale della Siria". 


E la Siria collaborerà? Washington vi chiede un ruolo costruttivo. 
"Certo siamo pronti a farlo. Perché se non si risolvono le questioni regionali - l'Iraq, il Libano, il conflitto israelo-palestinese - saremo proprio noi paesi confinanti a pagare il prezzo più alto. Ma la volontà non basta né possiamo essere i soli: per ottenere un risultato, al tavolo devono sedersi tutti: noi paesi confinanti con Israele e Iraq, le Nazioni Unite, l'Europa, ma anche Cina e Giappone. Serve un progetto che ci accomuni tutti". 

Gli interessi della Siria possono coincidere, almeno temporaneamente, con quelli americani? 
"Sì, se l'America lo vuole. Se parlano, sul serio, di preservare l'unità dell'Iraq, se pensano davvero alla pace, allora abbiamo lo stesso obiettivo. Ma dubito che la prospettiva di Washington coincida con la nostra". 

Perché, presidente? 
"Perché questa Amministrazione finora ha confuso il dialogo con l'impartire ordini. A giudicare dalle dichiarazioni del presidente Bush, Washington non è ancora pronta a riconoscere la realtà, ad ammettere gli errori. Forse prepara un'inversione di rotta graduale. Ma non ha compreso che non ci lasceremo prendere al guinzaglio, che gli Stati lavorano per i propri interessi. E questi in Siria riguardano le nostre terre occupate, la situazione complessiva della regione. L'America vorrà affrontarli? Ecco la domanda centrale". 

Bush dice che La Siria sa cosa deve fare: rinunciare alla carta dell'alleanza iraniana, al sostegno ad Hamas, a Hezbollah, al terrorismo iracheno. 
"Ma se persino gli americani non credono a quel che vanno affermando, e mi riferisco ai terroristi iracheni. In privato ammettono che la Siria si è data da fare per fermare i combattenti stranieri. Del resto che interesse avremmo ad agevolare chi fa strage di iracheni". 

Già, ma Hamas e Hezbollah? Lei le considera carte vincenti? 
"Noi non parteggiamo per alcuna organizzazione. Però, per principio, se queste rappresentano una larga parte della popolazione bisogna trattare con loro. E su Hamas avevamo visto giusto: il trionfo elettorale lo ha confermato. Quanto a Hezbollah, vale lo stesso. Poi c'è un altro aspetto: condividiamo gli stessi problemi: lo stesso occupante e, a essere sinceri, lo stesso nemico". 

Israele. E' l'eterno nemico? 
"No, se vi sarà la pace. L'ho detto e lo ripeto, Siria e Israele possono vivere fianco a fianco in pace e armonia". 

Allora quali sono gli ostacoli? 
"Da parte nostra nessuno. Il popolo siriano su questo è compatto: raggiungere la pace per riottenere le nostre terre". 

Il premier Olmert ha appena confermato che con la Siria non si tratta e che anche l'amministrazione Bush è contraria. 
"Questo vuol dire che non vuole la pace. Ma quel che più conta è il suo riferimento all'America. Ciò dimostra che il suo governo è debole: permette a Washington di decidere in sua vece. Solo un governo forte può fare la pace. Uno debole può fare la guerra. La pace è molto più difficile". 

Lo scrittore israeliano David Grossman ha invitato Olmert ad aprire alla Siria. 
"Grossman non lo conosco, ma ha ragione. Molte voci si levano in questo senso da Israele. Gli chiedono: 'Perché non ascolti? Perché non provi, anche se non ti fidi dei siriani?'. E allora io dico a Olmert: faccia un tentativo. Scopra se il nostro è un bluff". 

L'intelligence militare d'Israele avvisa che la Siria sta ammassando missili lungo la frontiera in vista di una campagna militare. 
"Ascoltatemi bene. Punto primo: siamo tuttora in stato di guerra con Israele che occupa le nostre terre. Secondo: ci aspettiamo che Israele possa lanciare una guerra contro la Siria in ogni momento. Ne minaccia una contro Hezbollah e la Siria la prossima estate. Negli ultimi sei anni ha tentato più volte di violare il nostro spazio aereo, ha attaccato il nostro esercito. Questa non è fantasia: la guerra è sempre possibile nella nostra regione. Prepararsi è naturale. Ma 'ammassare missili' è una descrizione inesatta". 

State riarmando Hezbollah, come accusa Israele? 
"Non capisco, ci sono i satelliti, l'Unifil, tutta l'Intelligence libanese. Se fosse vero, perché non fermano il riarmo? I missili sono lunghi 5 o 6 metri, non pillole che si nascondono in un taschino". 

Lei accetta la risoluzione Onu 1710 e il disarmo di Hezbollah? 
"L'accettiamo perché vogliamo fermare la guerra in Libano. Ma è una soluzione temporanea. Ogni cessate il fuoco, se non è seguito da un'iniziativa di pace, ha vita breve. S'è visto in passato, nel 1996. Dieci anni e un mese dopo, riecco la guerra". 

Un microfono aperto al G8 ha registrato una battuta di Bush a Blair: 'Basta convincere la Siria di dire a Hezbollah di finirla con questa m..!'. Lei, se vuole, può frenare Hezbollah? 
"Non esageriamo. Ma non vedete che Hezbollah ha con sé una gran parte dei libanesi? E sbaglia chi lo dipinge come un pupazzo siriano o iraniano. Hezbollah ha i propri interessi, una propria visione. Si fidano di noi, perciò possiamo avere un'influenza. Non vuol dire che ci ascolterebbero se noi andassimo contro i loro interessi". 

L'America e Beirut la sospettano di un golpe contro il governo Siniora attraverso il suo sostegno a Nasrallah. Come risponde? 
"Che più ascolto l'Amministrazione americana e più mi convinco che non sa cogliere il quadro reale delle cose. Per la stabilità del Libano, noi non parteggiamo per nessuno. Aspettiamo che i libanesi trovino un consenso: sosterremo quello". 

Damasco non vuole ricreare una zona d'influenza in Libano? 
"L'influenza sul Libano non l'abbiamo mai persa. Ma non è interferenza. Dovete capire che Libano e Siria, ma anche l'Iraq, sono stati per secoli un'unica regione: ci uniscono legami familiari, linguaggio, tradizione. Quanto poi alla geografia, osservate un atlante: noi siamo la profondità del Libano, lo circondiamo. Comunque l'influenza va in entrambi in sensi: anche il Libano ha un peso in Siria". 

Perché tanta opposizione al tribunale Hariri? 
"Non è vero: collaborare con la commissione d'indagine Onu è nostro interesse, per scoprire la verità. Altra cosa è il tribunale internazionale. Nessuno ci ha consultato: è un trattato fra l'Onu e il governo libanese, però coinvolge la Siria, scavalcandone la Costituzione e la magistratura. Serve un trattato con la Siria, se no significherebbe cedere la nostra sovranità ad altri". 

Signor presidente, lei parla di pace, di consenso. Eppure uno dei suoi alleati più stretti, il presidente iraniano Ahmadinejad vuole spazzare via Israele dalle carte geografiche. 
"L'Iran non ci ostacola quando parliamo di pace, né ha tentato di farlo in passato. Quanto alle parole del presidente Ahmadinejad, avete letto Haaretz pochi giorni fa? Riportava lo slogan: 'Nessun palestinese. Nessuna Palestina. Nessun problema'. Israele ascolti l'eco delle sue parole, perché qualcuno, e non parlo di Ahmadinejad, gliele riproporrà. Magari rovesciate così: 'Nessun israeliano. Nessuna Israele. Nessun problema'. Sono stati loro a usare per primi questa logica". 

Però organizzare una conferenza sull'Olocausto supera i limiti, non crede? 
"Sentite, l'Europa ha un complesso dell'Olocausto. Noi no, non l'abbiamo commesso noi. Voi parlate tanto di libertà d'espressione, ha avuto successo il Codice da Vinci. Si può discutere del Cristo e non dell'Olocausto? Non è storia di Dio: è storia di esseri umani". 

Insomma su cosa si fonda la vostra alleanza con Teheran? 
"Teheran appoggia la Siria, tutto qui. Il mondo intero voleva isolarci, loro sono stati al nostro fianco. Ma aggiungo questo: l'Iran è un Paese importante, America e Europa devono parlare con Teheran. E noi siamo in buoni rapporti con loro per la stabilità della regione. A cominciare dall'Iraq". 

La Siria può intervenire nello stabilizzare l'Iraq? 
"Non siamo i soli ad avere una parte in Iraq. Possiamo appoggiare una conferenza nazionale tra le diverse fazioni col sostegno dei partner regionali. Questo è un modo. Poi abbiamo ottimi rapporti con molti partiti iracheni, abbiamo ripreso le relazioni diplomatiche sospese al tempo di Saddam. Però, quando si parla d'Iraq, non bisogna perdere di vista il quadro complessivo, il legame fra le varie crisi regionali. Non a caso il rapporto Baker inizia da Bagdad ma poi parla di pace: di Palestina, di Golan". 

Ha in mente la Conferenza di Madrid, del 1991? 
"Sì, fornisce la cornice e la base ideale. Il principio di Madrid era chiaro: terra in cambio della pace. E molto si era già ottenuto con il governo Rabin. Chi vuole ripartire da zero non desidera la pace, perché respinge ciò che è già stato concordato. Così come chi afferma che la Palestina non sia la questione centrale per il mondo arabo, non è realista: non raggiungerà alcun risultato". 

Ha avuto reazioni positive dagli inviati europei venuti a Damasco in questi giorni? 
"L'Europa dovrebbe essere per noi un ponte con gli Stati Uniti. Dovrebbe usare meglio il suo passato, la storia della sua civiltà. Non essere limitata dal ruolo di Washington. Per questo, e anche per le sue divisioni, non si può parlare d'Europa in quanto tale, ma solo del ruolo di alcuni protagonisti. Come Italia e Spagna". 

Cosa vi aspettate dal dialogo con l'Italia? 
"Il nostro rapporto è migliorato molto con Prodi al governo. Lo conosco da quando era presidente della Commissione europea. Però siamo solo all'inizio del dialogo. Viviamo in un contesto internazionale in cui Siria e Italia da sole non bastano, dobbiamo muoverci insieme agli altri, con una visione comune". 

Lei parla di nuovo da protagonista. Sente un senso di rivalsa? 
"Appena un anno fa, l'America ci giudicava irrilevanti e deboli. Gli sviluppi recenti ci hanno riscattati. Infatti chi ha tentato d'isolare la Siria ha isolato se stesso: non ha più voce in capitolo". 

Ad esempio, presidente? 
"Diciamo la Francia. Se si tratta dell'iniziativa di pace congiunta di Francia, Italia e Spagna, noi collaboriamo solo con Roma e Madrid. Parigi, con la sua politica, ha perduto ogni attendibilità". 

Però la Siria ha pagato un prezzo per il suo isolamento? 
"No, al contrario ne usciamo rafforzati. Politicamente ed economicamente. Nel 2005 abbiamo ricevuto più investimenti che nei quarant'anni precedenti. Abbiamo contato solamente su noi stessi". 

Qualcuno obietterà che in Siria s'è vista anche una restrizione delle libertà. Che alcuni dissidenti politici sono stati incarcerati. Il caso più noto è quello di Michel Kilo. Lei come risponde? 
"Primo, noi non consentiamo a nessuno di interferire nei nostri affari. Sappiamo quel che facciamo, che sia giusto o sbagliato. Secondo: Michel Kilo non è in prigione per un reato d'opinione: è legato a un partito libanese che invita l'America ad attaccarci, e invadere Damasco. Ha subito un regolare processo: quel partito in Siria è fuorilegge". 

Dunque lei si sente più forte anche nel suo Paese? 
"Dovreste chiedere ai siriani. Uno non può essere un dittatore, come qualcuno dice, e avere allo stesso tempo buoni rapporti con il popolo, garantire sviluppo e stabilità. Se fossi un dittatore ci sarebbe il caos e molta gente fuggirebbe dal paese". 

Signor presidente, vuole ancora aprire la Siria alla democrazia? 
"Le riforme politiche e quelle economiche procedono in tandem. Ma è questione di priorità. La più urgente in Siria adesso è la povertà. Proprio per questo voglio essere un uomo di pace. La pace garantisce prosperità, in tutti i sensi: economia, società, cultura, tutto ne trae beneficio. Puoi essere un uomo di guerra o un uomo di pace. E io ho fatto la mia scelta". 

(15 dicembre 2006)