Prima intervista del leader di Damasco dopo la crisi di Beirut e gli ultimatum lanciati da Washington

Assad: "Nel mirino degli Usa ma avranno bisogno di noi"
Il presidente siriano: "Saremo necessari per la pace"

 

DAI NOSTRI INVIATI ALIX VAN BUREN e NICOLA LOMBARDOZZI


DAMASCO - Bashar al Assad, il presidente siriano, è nettissimo: "Saremo noi il prossimo obiettivo d'Israele e della Casa Bianca? Era già tutto scritto da tempo. L'Iraq era il primo passo. Poi sarebbe toccato all'Iran e alla Siria. Ma non è detto che le cose vadano così". In queste terre e di questi tempi è possibile ogni sorpresa. Eccolo qui il raìs che Washington vorrebbe mettere sotto scacco, e Israele minaccia d'attaccare: il giovane presidente Al Assad, erede di quell'Hafez Al Assad che l'Occidente appellava Sfinge di Damasco, Bismarck del Medio Oriente per la "feroce intelligenza" (diceva Kissinger) con cui studiava abili mosse sullo scacchiere mediorientale, e che ora sorride benedicente da un ritratto incorniciato nello studio privato del palazzo presidenziale. Questa è la prima intervista concessa dopo la crisi di Beirut e gli ultimatum pronunciati da Washington. 

Cinque anni al potere non hanno cambiato Bashar Al Assad: bella faccia, baffetti, due occhi che sembrano indulgenti. Un giovane dottore prima avviato a una carriera di oftalmologo, e poi diventato presidente suo malgrado: catapultato al potere a 34 anni alla morte del padre, nel luglio 2000. Oculista, avrà la vista più aguzza, si dissero i pretoriani del partito Baath, e per accomodare la sua giovane età modificarono i termini previsti dalla Costituzione. Educato in Europa, abbraccerà la modernità, si dissero i siriani, e infatti lo acclamarono. 


Signor presidente, gli Stati Uniti alzano il tono delle accuse, Israele minaccia un blitz. Lei è a capo di un Paese a volte definito "Stato canaglia". Che effetto le fa? 


"Nonostante le apparenze, non mi sento affatto isolato. È vero, i rapporti euro-atlantici si vanno ricucendo a nostre spese. A prima vista, però. Infatti restano molte differenze su alcuni punti cardine, ad esempio le scelte internazionali, la stabilità. E l'Europa sa che il nostro primo interesse è la stabilità. Sa che noi possiamo collaborare nella lotta al terrore, perché sappiamo farlo: lo abbiamo combattuto negli anni Settanta e Ottanta. Già altre volte Washington ci ha imposto isolamento e sanzioni. E ogni volta il cerchio attorno a noi non s'è chiuso. 

E adesso? Siamo alla resa dei conti con Washington? 
"Non lo credo, per ora siamo alle schermaglie. Certo, il linguaggio della Casa Bianca, letto in controluce, lascia presagire una campagna simile a quella che ha preceduto l'attacco all'Iraq. Ci imputano la responsabilità morale della morte dell'ex premier libanese Hariri. Però la polemica sull'attentato di Beirut è stata molto montata. È innegabile: c'è stata una falla nell'intelligence. Ma pochi ricordano che i nostri servizi hanno lasciato da tempo la capitale. Se avessimo davvero ucciso Hariri, per noi equivarrebbe a un suicidio politico. Infatti, al di là dei principi etici e umani, la domanda d'obbligo è questa: a chi giova? Alla Siria certo no". 

Facciamo il nome dei sospetti? 
"Io non voglio criminalizzare nessuno né anticipare giudizi. Ai primi posti nell'immaginario mediorientale ci sono Siria e Israele. Ma se volete vi dico questo: in Libano esistono gruppi in grado d'organizzare azioni di quella portata. Se n'è vista più d'una in questi anni: l'assassinio di Hobeika (ex capo delle milizie cristiane ucciso nel 2002, ndr), l'autobomba contro un esponente di Hamas. Ma aspettiamo i risultati dell'inchiesta". 

Bush ha detto che la palla adesso è nel vostro campo. Ha messo a punto un elenco di richieste: la piena applicazione della risoluzione Onu 1559, e cioè il ritiro delle truppe siriane e dell'intelligence dal Libano, elezioni a Beirut senza interferenze. Presidente, lei come risponde?"Ci sono due risposte: la prima è che il nostro referente è l'Onu, da cui proviene la risoluzione 1559. La rispetteremo come ogni altra risoluzione, giusta o sbagliata. È in corso una missione, verrà stilato un rapporto. La seconda risposta è che le nostre truppe ripiegheranno lungo le frontiere con la Siria, ma schierate sul versante libanese. Del resto, l'ultimatum di Washington è piombato con scarso tempismo: per il 60 per cento delle forze il ritiro era già iniziato dal 2000. Vedete, farle stazionare all'estero non è nel nostro interesse: comporta un alto prezzo, sia in termini economici sia politici. Però la posta in gioco è altissima: tocca il cuore della stabilità del Libano e delle nostre frontiere". 

Già, ma l'opposizione libanese ribatte che il troppo è troppo: ospiti invitati, siete rimasti troppo a lungo? 
"Non per piacere. È vero, siamo stati dieci anni più del previsto. Ma osservate la storia recente: la guerra civile è finita nel 1990; si trattava di ricostruire l'esercito, di riedificare il Paese su basi laiche e non confessionali: questo ci chiedeva l'accordo di Taif, con la clausola che i due governi avrebbero concordato in un secondo momento il ritiro definitivo. Quel che non si prevedeva era il protrarsi dell'occupazione israeliana nel Sud del Libano, fino al 2000. E c'erano in quei giorni speranze di pace per l'intera regione, Invece oggi eccoci qui, con la guerra che infuria ai confini. Vedete quelle montagne fuori della finestra? Ebbene nell'82 Israele arrivò fin lì, a una manciata di chilometri da Damasco. Sotto il profilo tecnico, il rimpatrio può avvenire entro l'anno. Però, sotto il profilo strategico, ciò accadrà soltanto se otterremo garanzie serie. In una parola: la pace". 

Le piazze di Beirut hanno dichiarato un'intifada pacifica. Presidente, non teme una nuova Ucraina?"No, chi si aspetta l'Ucraina nel Paese dei cedri s'illude. Vedete, il Libano è complesso, bisogna saperlo interpretare. È una società per certi versi tribale, frazionata fra comunità che spesso si sono scontrate fra loro nella storia. Gli alleati di oggi sono i nemici di ieri, e i sodalizi mutano di stagione in stagione, tanto più adesso in campagna elettorale. Ma se qualcuno dall'esterno volesse attizzare le fiamme, ogni scivolata può avere conseguenze disastrose. Il Libano però non è che un pretesto. Il vero obiettivo di Washington è un altro". 

Quale? 
"È l'Iraq, una guerra che noi non abbiamo mai accettato. Washington ci accusa di scarsa collaborazione, di alimentare la guerriglia. Ma in verità ci chiedono di rimediare ai loro tanti errori: la dissoluzione dello Stato, delle forze militari. Il problema è l'assenza di un progetto globale. L'unico piano vincente è quello che coincida con i desideri degli iracheni". 

A proposito dell'ostilità verso l'invasione dell'Iraq, sarebbero molti i giovani del suo paese che passano il confine per andare a combattere contro gli americani. La Casa Bianca vi imputa di non controllare a sufficienza la frontiera. È così? 
"No, che non è così. Quei confini porosi sono un pericolo anche per noi: da lì arrivano armi, contrabbandieri e manovalanza del terrore. Con i nostri mezzi è impossibile controllare cinquecento chilometri di sabbia senza una strada. Se avessimo potuto sigillarli, l'avremmo fatto ai tempi di Saddam, quando infiltrava Tir carichi di tritolo per farli esplodere nelle nostre piazze. Perciò io ho chiesto aiuto agli americani". 

Proprio agli americani? 
"Sì, ho ricevuto un inviato del Pentagono, ne ho parlato col Dipartimento di Stato. Ho chiesto visori notturni e sistemi radar, più o meno la stessa tecnologia che loro usano ai confini col Messico. Ho persino proposto in ottobre la creazione di pattuglie miste, siriane e americane". 

Cosa le hanno risposto? 
"Sto ancora aspettando". 

E poi c'è il grosso scoglio di Hezbollah. Voi non avete mai nascosto il sostegno a un'organizzazione che Washington definisce terrorista. Israele vede la sua mano dietro l'attentato di venerdì a Tel Aviv. Sono nuove durissime accuse indirizzate a Damasco. 
"Se vogliamo parlare di terrore, allora cominciamo col dire che Hezbollah è un movimento nato per combattere in Libano l'invasione israeliana nel 1982. Il suo raggio d'azione è limitato al territorio libanese. Non colpisce in Israele, a differenza di gruppi come la Jihad islamica. È anche un partito politico, con 11 deputati in Parlamento. Perciò non si può liquidarlo, mescolandolo nel calderone del terrore. Non a caso l'Europa è restia a includerlo nell'elenco dei gruppi terroristici. Lo stesso Hariri stava mediando con la Ue per evitarne l'inclusione". 

La Jihad islamica appunto ha rivendicato da Damasco l'attentato a Tel Aviv. Israele vi considera implicati. 
"È un'accusa inutilmente ingiuriosa. La Siria non c'entra affatto. L'ufficio della Jihad islamica qui è chiuso da anni. Restano alcuni esponenti politici, sono stati espulsi da Israele. Ma noi, a nostra volta, dite, dove dovremmo espellerli?". 

Il nuovo governo palestinese si è affrettato a esprimere alla Siria la propria solidarietà. È il segno di una nuova intesa fra Damasco e i vertici palestinesi? Per vent'anni, prima che lei fosse presidente, Arafat era stata persona non grata sul suolo siriano. Cos'è cambiato? 
"Io avrei voluto incontrarlo. Ma poi c'è stato l'assedio alla Muqata, lui non poteva viaggiare. Adesso lavoriamo in stretto contatto con il presidente palestinese Abu Mazen. Appena eletto è venuto a Damasco. Abbiamo una priorità: ricomporre l'unità fra le diverse fazioni palestinesi, proprio per scongiurare pericolose derive. Perciò, vedete, è fuor di luogo additare la Siria come una forza destabilizzante". 

Il primo ministro Sharon pretende da lei una dimostrazione della sua volontà di pace. E nella prima intervista a un giornale arabo, si è definito lui stesso un uomo di pace.


"Perdonate se sorrido. Detto ciò, per la Siria l'accordo con Israele è una scelta strategica. Sharon dice di non credere alla sincerità delle mie offerte, ma allora perché non verificare? I parametri della pace li conosciamo già. Basta sedersi e negoziare". 

Suo padre, il presidente Hafez Al Assad, sosteneva di voler lasciare in eredità la pace. Di recente è venuto fuori che nel 2000 l'intesa era quasi conclusa. Come andarono le cose?


"Andarono così: il presidente Clinton chiamò mio padre al telefono. Lo convocò a un vertice a sorpresa. Gli disse, vieni, vedrai, sarai soddisfatto. Aveva ricevuto assicurazioni dal premier israeliano Barak. Clinton incontrò mio padre a Ginevra. L'accordo era sulla restituzione del Golan a eccezione di una fascia larga cento metri lungo il Lago di Tiberiade. All'ultimo istante Barak si tirò indietro. Fu preso dal timore prima di salire a bordo dell'aereo che doveva condurlo al vertice. Capì che Israele non era pronto alla pace, che lui non aveva un sostegno politico alle spalle. E invece la Siria era pronta. Già con Rabin avevamo sfiorato la pace. Poi Rabin è stato ucciso, e con lui le speranze". 

Per Israele la ripresa dei negoziati deve avvenire senza precondizioni. È una proposta accettabile? 
"Bisogna prima intendersi sul significato del termine "precondizioni". Che cosa vuol dire? che si può avviare un dialogo purché non si riparta dai risultati del 1994 e del 2000? Beh, se è così, allora come vogliamo definirla se non una precondizione? Per la Siria, lo ripeto, la pace è una scelta strategica. Per Israele, invece, cambia di governo in governo". 

L'America le rimprovera di non essere al passo coi tempi, di non adeguarsi alla trasformazione democratica del Medio Oriente. 
"La rapidità è un concetto del tutto soggettivo. La verità è che abbiamo compiuto passi importanti. I nostri problemi si chiamano riforma burocratica e amministrativa, modernizzare un enorme carrozzone, cambiare la mentalità della gente, sostituire la creatività alla dedizione, estirpare la corruzione, che ha radici profonde. Ma come per ogni grande rivoluzione servono anni, almeno una generazione. Serve l'aiuto della comunità internazionale. E più di tutto mi preme conservare la stabilità sociale e politica del Paese. La modernizzazione può comportare un alto costo a scapito di ampi strati della popolazione". 

Ma qual è la condizione dei diritti umani? 
"Potrei rispondervi che è meglio che ad Abu Ghraib e a Guantanamo, però è soltanto una facile battuta. Potrei dirvi dei mille e più prigionieri politici liberati, delle nuove riviste. Ma lo ammetto: abbiamo regole severe. Da sessant'anni viviamo in una situazione di costante pericolo, decenni di guerra, di ostilità di Paesi pronti a rovesciare i nostri regimi, anni di terrore. Non possiamo permetterci leggi normali. Almeno per ora". 

Lei ha un rapporto ambivalente con gli oppositori. Li accoglie, ma li controlla. 
"Riguardo ai dissidenti, io sono un uomo dalla mentalità molto aperta. Però non posso consentire che creino problemi. Non sono qui come un impiegato, devo occuparmi del mio Paese. Se a Hyde Park qualcuno attacca la regina, non succede niente. Ma se qui ad esempio qualcuno per strada inveisce contro i cristiani, il giorno dopo potrebbe scoppiare una guerra civile. Mi direte: è libertà di parola, ma così naufraga il Paese". 

Signor presidente, cosa teme di più in questi giorni? 
"Il pensiero di quest'America armata che oggi si comporta come una superpotenza priva di visione. Nessuno dei problemi che nel 2001 hanno portato all'attentato contro le Torri gemelle e poi alla guerra contro Saddam è stato risolto. Anzi, alcuni si sono aggravati, e la questione della stabilità più di tutti. Da Damasco a Gerusalemme fino a Islamabad e a Kabul si estende un unico lungo fronte di reclutamento del terrore. L'ultimo attentato in Siria è di poche settimane fa, sulle montagne del Libano si sono insediate cellule di A Qaeda, persino l'Italia era finita nel mirino". 

Ma voi cosa potete fare contro il terrorismo? 
"Io ho offerto a Washington il nostro aiuto. Prima o poi si accorgeranno che siamo la chiave della soluzione. Siamo essenziali per il processo di pace, per l'Iraq. Vedrete, forse un giorno gli americani verranno a bussare alla nostra porta". 


La repubblica 28 febbraio-2005

ENGLISH TEXT OF THE INTERVIEW

 

English Exclusive: An Interview With Syrian President Bashar Al-Assad  

In his first meeting with the Western press since the murder of former Lebanese Prime Minister Hariri -- and the ultimatum from Washington -- President Assad says he fears an impending U.S. attack on Syria. But he also thinks that sooner or later, Washington will realize how much it needs his help.

Feb. 28, 2005

 By Alix Van Buren and Nicola Lombrdozzi

 DAMASCUS: In this region and in these times, any surprise is possible. It is here that Washington may want to attack next, and where Israel threatens to attack. Five years in power have not changed Bashar Al-Assad: a beautiful face, a moustache, and attentive eyes. A young eye doctor initially unwilling to become president, he was catapulted to power at age 34 after the death of his father in July 2000. Educated in Europe, he would embrace modernity, the Syrians told themselves, and at the time, they applauded this.

 THE INTERVIEW

 La Republica: Mr. President, the United States has raise the tone of its accusations, and Israel has threatened a raid, and has likened you to a gangster. What happens next?

 Bashar Al-Assad: In spite of appearances, I do not feel isolated at all. It is true, the trans-Atlantic relationship has mended at our expense. But in fact, as far as the choice of what to do to maintain stability, many differences between the U.S. and E.U.] remain. Europe knows that our first interest is stability. It knows that we can collaborate in the fight against terror, because we know how. We have fought terror all through the 1970s and 80s. Washington has imposed sanctions on us and isolated us in the past, but each time the circle hasn't closed around us.

 La Republica: And now? Are you on the brink of a settling of accounts with Washington?

 Bashar Al-Assad: I don't think so, for now it's just skirmishing. True, the White House language, if looked at in detail, leads one to expect a campaign similar to the one that led up to the attack on Iraq." The U.S. holds us responsible for the death of former Lebanese Prime Minister Hariri. But the controversy over the attack in Beirut has been tremendous. It is undeniable: it took a major intelligence effort to mount the attack. But if we really killed Hariri, that would be political suicide for us. Beyond ethical and human principles, the question is, who benefits from the crime? Certainly not Syria.

 La Republica: Who do you suspect is responsible for the crime?

 Bashar Al-Assad: I do not want to prematurely charge anyone with criminality. Many people imagine that if something happens in the Middle East, it must be attributable to Syria and Israel. But I tell you this: there are Lebanese groups that are more than capable of mounting such an action. And this has happened more than once in recent years, for example the murder of Elie Hobeika (former head of the Lenanese Christian militia, killed in 2002), and car-bombing against those supporters of Hamas. But we will wait until the results of the [U.N.] investigation.

 La Republica: Bush has said that the ball is now in your court. He has put a number of demands on the table: Full compliance with U.N. Resolution 1559, which calls for the withdrawal of Syrian troops and intelligence forces from Lebanon, and elections in Beirut -- without interference. Mr. President, how do you answer?

 Bashar Al-Assad: There are two answers. The first thing you referred to is Resolution 1559. We have respect for all [U.N.] resolutions, whether right or wrong. During the course of a mission, relationships will change. My second response is that our troops will withdraw to the Syria frontier, but Lebanese forces must fill the vacuum. Of the rest, Washington's ultimatum is sealed with lead and gives insufficient time: we began withdrawing our 60,000 troops in 2000. You see, to keep them in a foreign country is not in our interest; it comes at a high price, in economic and political terms.

 La Republica: The Lebanese opposition says that after you were invited into the country, you remained too long.

 Bashar Al-Assad: Not for pleasure. It is true, we have been here ten years more than we thought we would be. But observe the recent history: the civil war ended in 1990 and it was necessary to rebuild the army, to rebuild the country. This was outlined in the Taif Agreement [the agreement that ended the Lebanese civil war], that specified that the two governments would agree on the proper time for a definitive withdrawal. What we did not expect was the Israeli occupation of Southern Lebanon, which lasted until 2000. There were hopes of peace for the entire region in those days. Instead, now we have an infuriating war on our borders. You see those mountains outside the window? Well, in the 1982, Israeli forces arrived a few kilometers from Damascus. From a technical viewpoint, the repatriation (of Syrian forces) could happen within the end of the year. But from a strategic viewpoint, it will only happen if we get serious guarantees. In a word, peace.

 La Republica: In the public squares of Beirut, people have declared a "peaceful Intifada." Mr. President, do you not fear that it [Lebanon] might become a new Ukraine?

 Bashar Al-Assad: No, whoever expects another Ukraine in the "Country of Cedars" is deceiving themselves. You see, Lebanon is complex, and you must know how to interpret it. It is a tribal society, where conflicts between different communities have taken place throughout history. Your allies today were your enemies yesterday, and the society changes from one season to the next, even more now that there is an election campaign. But if someone from the outside wants to come and poke at the flames, it can have disastrous consequences. It is not for peace. Washington has another objective.

 La Republica: What is its objective?

 Bashar Al-Assad: It is because of Iraq, a war that we have never accepted. Washington accuses us of insufficient cooperation, and helping the guerrillas. But the truth is, they blame us in order to cover up their many errors in Iraq: the dissolution of the government and the disbanding of the military. The problem is the absence of a good plan. The only way of eventually winning the war is to find out what coincides with desires of the Iraqi people.

 La Republica: Because of the hostility toward the invasion of Iraq, many young people of your country cross the border to go and fight against the Americans. The White House charges that you do not sufficiently control the border. Is that true?

 Bashar Al-Assad: The pourousness of the border is a danger for us as well. This is how gangs of smugglers and terrorists enter our country. We simply do not have the means … it is impossible to seal the 500km border. If we had been able to seal it, we would have done so during the time of Saddam, when his agents infiltrated the country with bombs - to explode them in the public squares. That is why I have asked the Americans for help."

 La Republica: Have the Americans answered?

 Bashar Al-Assad: Yes, I have received a Pentagon envoy, , and I have discussed this with the [U.S.] Department of State. I have asked for night vision equipment and radar -- more or less the same technology that they use on the border with Mexico. I have even proposed, in October, the creation of joint Syrian - Americans patrols.

 La Republica: Have they replied to your requests?

 Bashar Al-Assad: I am still waiting.

 La Republica: And then there is the issue of Hezbollah. You have never hidden your support to the organization; one that Washington calls a terrorist group. Israel sees its hand behind Friday's terrorist attack in Tel Aviv, and now they are accusing Damascus.

 Bashar Al-Assad: If we want to talk about terror, then let's begin by saying that the Hezbollah movement was born in order to fight during the Israeli invasion of Lebanon in 1982. Its range of operations are limited to Lebanese territory. It does not strike inside Israel, with the exception of groups like the Islamic Jihad. Hezbollah is also a political party, with 11 deputies in Parliament. Therefore, it cannot be liquidated without inciting a cauldron of terror. Europe has not put Hezbollah on its list of terrorist groups. In fact, Hariri was talking with the E.U. to hinder any such inclusion.

 La Republica: Israel says that the Palestinian Islamic Jihad faction in Syria ordered the recent attack in Tel Aviv, and that this implicates you.

 Bashar Al-Assad: It's a pointlessly offensive accusation. Syria has nothing to do with it. The Islamic Jihad office has been closed for years. There remain some political supporters, who have been expelled from Israel. But if we had a mind to, where would you say we should expel them to?

 La Republica: The new Palestinian government has rushed to express solidarity with Syria. Is this a sign of a new understanding between Damascus and the Palestinians? For many years, even before he became president, Arafat had been 'persona non grata' in Syria. Has that changed?

 Bashar Al-Assad: I would have liked to meet him. But then, he has been under siege, and he couldn't travel. Now contact with Palestinian President Abu Mazen has tightened. As soon as he was elected, he came to Damascus. We have one priority: to recompose the unity of the various Palestinian factions. Therefore, you see, it is not correct to point to Syria as a destabilizing force.

 La Republica: Prime Minister Sharon wants you demonstrate your peaceful intentions. And in his first interview with an Arabic newspaper, he has defined himself as a man of peace.

 Bashar Al-Assad: Pardon me for grinning. For Syria, an agreement with Israel is a strategic choice. Sharon says he doesn't believe the sincerity of my offers, but then why not verify my sincerity? The parameters of peace are already well-known. Certainly enough to have talks and negotiations.

 La Republica: Your father, President Hafez Al-Assad, supported of wanting to leave "an inheritance of peace." Recently it has become known that in 2000, an understanding on this had been concluded. What happened to those plans?

 Bashar Al-Assad: President Clinton called my father on the telephone. He agreed to a short summit meeting. Clinton said, come, you will see, you will be satisfied. He [Clinton] had received assurances from Israeli Prime Minister Barak. Clinton met my father in Geneva. The agreement was for the restitution of the Golan [Heights] with the exception a 100 meter-long strip near Tiberiade Lake. At the last moment, Barak pulled out. He became frightened after going right up to edge of the airplane, just before there was no turning back. He [Hafez Al-Assad] understood that Israel was not ready for peace, that Barak did not have the political support to make peace. But Syria was ready. With Rabin we had approached peace. Then Rabin was murdered, and with him, the hope for peace.

 La Republica: Israel has said that a resumption of negotiations must happen without preconditions. Is this acceptable?

 Bashar Al-Assad: It depends on what is meant by the term "preconditions." What are we to say to each other? If we start a dialogue that it is not shared, will it turn out the way it did in 1994 and 2000? Therefore, how do we want to define what is meant by no preconditions? For Syria, I repeat, peace is a strategic choice. For Israel, instead, it changes from government to government.

 La Republica: America charges Syria with being out of step with the times, and not adapting to the democratic transformation in the Middle East.

 Bashar Al-Assad: Rapidity is a subjective concept. The truth is that we have completed some important steps. Our problems are bureaucratic and administrative, modernizing an entire society, changing the mentality of people to engender more creativity and dedication, and to purge corruption that it has very deep roots. But every great revolution takes years, or at least one generation. We need the help of the international community. And my responsibility is to preserve the social and political stability of the country. Modernization can involve a huge cost … a huge sacrifice by wide layers of the population.

 La Republica: What is the condition of human rights in Syria?

 Bashar Al-Assad: I could tell you that it is better than at Abu Ghraib and Guantanamo, but that would be too easy. I could tell you of the thousands of liberated political prisoners, and of the review of the rest in custody. But I admit it: we have strict rules. For many years, we lived in a situation of constant danger, decades of war, and the hostility of many countries prepared to terrorize and turn upside down, our government. We cannot allow normal laws in this situation. At least for the moment.

 La Republica: You have an ambivalent relationship with the opposition. You accept them, but you control them.

 Bashar Al-Assad: With regard to the dissidents, I am a man whose mind tends toward as much opening as possible. But I cannot allow them to create trouble. They are not my employees … I must protect my country. If someone in Hyde Park [verbally] attacks the Queen, he succeed in nothing. But here for example, if someone stands in the road complaining bitterly about the Christians, the day after could bring civil war.

 La Republica: Mr. President, what do you fear most these days?

 Bashar Al-Assad: The thought of this armed America, which acts like a superpower with no vision. None of the problems that resulted in the 2001 attack against the Twin Towers and the war against Saddam have been resolved. Indeed, some are even more aggravated, the issue of stability the most of all. From Damascus to Jerusalem, from Islamabad to Kabul, terrorist recruitment has been extended. The most recent attack in Syria was just a few weeks ago. In the Lebanese mountains are based Al-Qaeda cells, and even Italy is a fertile recruitment ground.

 La Republica: But what can you do to aid in the fight against terrorism?

 Bashar Al-Assad: I have offered Washington our aid. Sooner or later they will notice that we are the key to the solution. We are essential to the process of peace in Iraq. Perhaps you will see, one day the Americans will come to knock on our door.

 

 

 

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